| Passo Gavia |
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| sabato 24 ottobre 2009 | |||||||
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A cavallo tra le province di Sondrio e Brescia si erge una delle salite più spettacolari che il Giro abbia mai percorso, il passo Gavia. La lunghezza, la difficoltà delle pendenze, il paesaggio esaltante tra dirupi impressionanti, le incognite dell’altissima quota (si sale fino a 2651 metri) hanno reso il Gavia un’ascesa mitica, una prova ambita per ogni cicloamatore appassionato di grandi scalate ed un terreno di imprese per i campioni del Giro d’Italia. Il valico era già battuto nel Medioevo dai mercanti veneziani che lo scavalcavano per raggiungere Bormio e da lì la Germania attraverso la Via Imperiale. Secoli più tardi la Guerra Bianca, le battaglie alpine della Prima Guerra Mondiale, hanno lasciato ampie tracce sulla montagna: vicino al Rifugio Berni si erge anche un Monumento ai caduti del Gavia, una grande piramide di granito con alla sommità un’aquila.
Ciclisticamente il passo Gavia fu scoperto da Vincenzo Torriani che lo inserì nel Giro d'Italia del 1960, nella tappa Trento-Bormio, che si rivelò drammatica. Nei giorni precedenti alla tappa, gli alpini lavorarono duramente per rimuovere le abbondanti nevicate che avevano imbiancato la strada, ma il tempo non ebbe pietà della corsa e dei corridori. I Girini trovarono lassù, ad oltre 2600 metri di quota, freddo, pioggia e neve che uniti alla difficoltà della salita e a un fondo stradale in gran parte sterrato, consegnarono alla storia una frazione durissima e rimasta scolpita nella memoria di chi la visse, anche perché i corridori arrivarono a scalare la montagna senza essere adeguatamente coperti e dovettero patire fino allo sfinimento per superare il gigante alpino. Sul Gavia fu un giovane scalatore veneto, Imerio Massignan, a fare il vuoto e scollinare per primo sotto il diluvio, ma nella discesa ebbe la sfortuna di forare due volte. All'arrivo di Bormio Massignan finì così ad una manciata di secondi dal vincitore, il grande Charly Gaul, il lussemburghese che nelle giornate di tempesta sapeva esaltarsi, basti ricordare il Monte Bondone del ’56. La maglia rosa rimase sulle spalle di Jacques Anquetil, che seppe perdere poco terreno in quel giorno terribile e conquistò il successo finale del Giro.
Nel ’61 patron Torriani cercò di riproporre l’ascesa del Gavia, ma la neve costrinse a ripiegare su un percorso alternativo. Nonostante il grande clamore suscitato nella prima scalata da quella montagna, Torriani decise di riproporla solo dopo oltre vent’anni, nel 1988. Quella volta la scalata fu ancora più drammatica: il Giro fu colto sul Gavia da una vera e propria bufera di neve, con cinque sotto zero e i corridori che procedevano infreddoliti sullo sterrato che impastava le ruote tra fango e neve. In cima al Gavia arrivò per primo un olandese, Johann Van de Velde, in maglia ciclamino, che con quella divisa a mezze maniche si tuffò nella discesa. Al traguardo di Santa Caterina Valfurva, dopo una quindicina di km di picchiata, però il povero olandese si vide dopo tre quarti d'ora dall'arrivo dei primi. Quasi congelato, si era dovuto fermare lungo la discesa per cercare riparo da un gruppo di tifosi. Quel giorno ne successero davvero di tutti i colori: Beppe Saronni raccontò che scendendo dal Gavia era talmente congelato che per cercare di riscaldarsi girò la bici per fare qualche centinaio di metri di salita. Altri si fermavano, salivano in ammiraglia, non volevano saperne di proseguire, cercavano soccorso dai tifosi. La vittoria di tappa andò a Erik Breukink con una manciata di secondi su Andy Hampsten, che a fine Giro divenne il primo americano a vincere la maglia rosa. Andò male invece a Chioccioli, che aveva conquistato i simboli del primato nella tappa precedente al Gavia a spese di Podenzana: quel giorno andò in crisi per il freddo, perse cinque minuti ed il Giro d’Italia.
Negli anni successivi il Gavia è stato riproposto altre volte dal tracciato del Giro, ma sempre in posizione più defilata, lontano dal traguardo e all'ombra del Mortirolo, con cui va quasi sempre a braccetto. Un peccato perchè questa montagna che incute timore meriterebbe di rivivere una giornata da grande protagonista, nel finale di una tappa decisiva. Nel ’96 la tappa transitò abbastanza tranquillamente dal Gavia, per poi accendersi sul Mortirolo e consegnarsi a Ivan Gotti nel Giro vinto da Tonkov. Ancora Gotti fu protagonista nel ’99, in quella giornata drammatica che decretò la fine del regno di Pantani, nella mattinata di Madonna di Campiglio. Ancora una volta il Gavia non fece sfracelli e sul Mortirolo si decise la corsa con l’attacco di Gotti, che vinse il Giro mentre Savoldelli arrancava nelle retrovie, mentre la tappa andò a Roberto Heras. Si è tornati lassù anche nel 2000, quando Gilberto Simoni conquistò la sua prima vittoria di tappa al termine della Valgardena – Bormio. Fu Gavia anche nel 2004 e furono scintille tra Simoni e Cunego, ma sul traguardo di Bormio 2000 dove la giovane maglia rosa si prese l’ennesima vittoria di tappa senza lasciare scampo al vecchio capitano. Polemiche anche nel 2006 nella tappa del Gavia e sempre protagonista Simoni: quella volta a far infuriare il trentino fu l’atteggiamento di Ivan Basso che, secondo Simoni, gli avrebbe chiesto dei soldi in cambio della vittoria di tappa. Ivan, in maglia rosa, andò via verso il traguardo dell’Aprica con una dimostrazione di superiorità imbarazzante, ma ben presto inciampò nella rete dell’antidoping e tutto assunse una luce diversa. L’ultimo atto sul Gavia è del Giro d’Italia 2008, anch’esso in posizione poco felice, molto lontano dal traguardo, che dopo Mortirolo ed Aprica premiò Emanuele Sella: un’altra vittoria inutile, visto che anche il vicentino finì fermato dall’antidoping. Nel 2010 finalmente il Passo Gavia si appresta a tornare uno spauracchio.
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